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Sono proprio dei furbi, mi avevano promesso che stasera non avrebbe piovuto….e invece…..Mah, mi sa che Bernacca ci prendeva più di questi qua. E comunque, lasciatemelo dire: Ma Porco Demonio, avresti anche rotto il c…..!!!”

Al secondo  concerto consecutivo bagnato dalla pioggia degli undici areniani (almeno sei date sold out, più di 110.000 biglietti venduti) previsti per la partenza del Black Cat Tour, Zucchero ha salutato così i 12.000 di un’Arena che non aveva dovuto attendere l’ormai celeberrima intro di pianoforte di Partigiano reggiano per mettersi in movimento, visto che la pioggia ha battuto sul tempo il Blues-man reggiano trapiantato in Lunigiana iniziando a cadere pochi minuti prima che calasse il sipario teso sull’enorme palco e facendo scattare all’unisono la vestizione antipioggia.

 

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Per la verità per attendere il saluto di Zucchero abbiamo dovuto attendere la fine del “Chapter One”, il primo Capitolo annunciato dal megaschermo a forma di cuore che giganteggia e domina sul palco rappresentato dall’esecuzione integrale dell’intero nuovo album Black Cat, che a distanza di cinque anni e mezzo dal precedente ed altrettanto fortunato Chocabeck ha raccolto un nuovo successo di pubblico ma soprattutto di critica. Se il precedente lavoro, impreziosito dalla collaborazione con il Maestrone Guccini, aveva rappresentato una sorta di ritorno alle origini contadine della propria famiglia ed alla celebrazione di radici che Zucchero non perde mai occasione di ricordare, Black Cat ha rappresentato il ritorno al Blues ed ai fasti di Blues l’album che nel 1987  lanciò definitivamente Zucchero. Concepito nella pace della tenuta Lounisiana Soul di Pontremoli, ma registrato e prodotto tra Los Angeles, New Orleans e Nashville sotto la supervisione di tre mostri sacri nella produzione musicale come Don Was, T Bon Burnett e Brendan O’Brien, ha visto la partecipazione di Mark Knopfler oltre a quella di Bono entrambe concentrate nel medesimo pezzo, a mio modo di vedere il vero gioiello di quest’album, Ci si arrende, brano che poi Bono ha riscritto in inglese dopo i tragici attentati parigini del Novembre 2015 facendola diventare S.O.S (Streets of surrender).

zucch03Se già l’album era l’ennesima conferma del fatto che Zucchero è l’unico artista italiano nel panorama musicale a godere di una autentica dimensione internazionale al punto da essersi meritato il rispetto di un mondo anglosassone storicamente refrattario a valorizzare la nostra musica, e riuscendo a costruire solide collaborazioni con artisti e produttori tra i più celebri al mondo, oltre al fatto di poter svolgere tour di successo in praticamente tutti i continenti (gli altri che da noi riempiono gli stadi, all’estero o non ci vanno –leggasi Vasco- o si devono accontentare dei club – vedasi Ligabue),questo Tour conferma non solo che Zucchero è un autentico animale da palcoscenico, ma soprattutto che ha una straordinaria capacità di circondarsi di musicisti sopraffini.

A partire da una autentica Leggenda vivente come Brian Auger, il re dell’Hammond, Zucchero ha costruito una band incredibile attorno ai pilastri storici (Polo Jones al basso, Kat Dyson e Mario Schilirò alle chitarre ed Adriano Molinari alla batteria), aggiungendo   Doug Pettibone (chitarra pedal steel, dobro, lap steel, banjo, chitarra), Queen Cora Dunham  (batteria), Nicola Peruch  (tastiere),  Andrea Whitt  (violino, mandolino, chitarra pedal steel),  Tonya Boyd Cannon  (cori), James Thompson  (sax tenore, sax baritono, flauto, armonica), e i cubaniLazaro Amauri Oviedo Dilout(tromba, flicorno, corno francese) e Carlos Minoso  (trombone, tuba).

zucch04Come detto la prima parte del concerto è stata interamente dedicata all’esecuzione di Black Cat, con l’Arena subito scaldata dalla scarica di energia dei tre primi brani, Partigiano Reggiano e 13 buone ragioni (i classici blues marchio di fabbrica di Zucchero) e da Ti voglio sposare decisamente più rockettara ed impreziosita dalla presenza quale guest star del chitarrista giapponese Tomoyasu Hotei, già autore della colonna sonora di Kill Bill vol. 1 di Tarantino. Ci si arrende  è come detto una autentica chicca, un altro di quei brani melodici cuciti alla perfezione cui ci ha abituati Zucchero. Si parla del ricordo struggente del primo amore di gioventù (….come anche un ricordo brucia l’anima…). Al gospel-blues di Ten More Days  e di Hey Lord  si sono alternate la ballad Fatti di Sogni e la altrettanto classica canzone pregna di doppi sensi carnali La tortura della luna. Detto che L’anno dell’amore è forse il più debole tra i brani, salvo essere impreziosito dalla massiccia presenza dell’Hammond e dunque di un Brian Auger in formissima, Voci rappresenta la continuità con le sonorità più intimistiche di Chocabeck. 

Salutato il pubblico nel momento in cui la pioggia cadeva più copiosa (“Siete eroici, al vostro posto mi sarei già rotto i coglioni da un pezzo”) Zucchero ha iniziato il Chapter Two con una doppietta a legare il nuovo album al precedente Chocabeck: in rapida successione la ballata E’ un peccato morir e la scanzonata e più che allusiva Vedo nero che ha incendiato un’Arena nonostante la pioggia incessante. Che l’umidità ed una temperatura tendente al ribasso portassero alla necessità di movimento Zucchero lo ha capito sparando a raffica Baila (sexy thing) per non lasciare più nessuno spettatore seduto.

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Non è dato sapere invece se uno spettatore speciale sia rimasto al suo posto o abbia abdicato, vista l’età, alla pioggia. Zucchero infatti, nel sapiente dosaggio tra acceleratore e freno, ha annunciato la meravigliosa Un Soffio caldo ringraziando il suo autore, il Maestrone Guccini, eringraziandolo per la sua presenza. A completare quella che era l’intro di Chocabeck Zucchero ha fatto seguire Il suono della domenica , il racconto dei ricordi dell’infanzia al paese natio, Roncocesi.

Indaco dagli occhi del cielo rappresenta una delle cover (altro marchio di fabbrica pressochè immancabile negli ultimi album di Zucchero) di maggior successo (il brano originale è dei The Korgis),  ed esalta alla fine l’assolo di Andrea Whytt (una delle quattro donne della band) al violino.

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Con la title track del precedente album Chocabeck il ritmo è tornato a salire per scatenarsi in quella sorta di rito voodoo de L’urlo e dare poi libero sfogo all’Arena nella imprescindibile Il mare impetuoso al tramonto…..ricordo dello strepitoso Oro, Incenso e Birra del 1989. Per l’occasione ha rifatto il suo ingresso in scena il chitarrista dagli occhi a mandorla Mr. Hotei, che ha poi impreziosito due autentiche perle, sempre tratte dal medesimo album,  come la finalmente rieseguita dal vivo Iruben me e Madre dolcissima  che nella versione originale vedeva la partecipazione di un certo Eric Clapton.

zucch09Dopo tanto sforzo per imbastire una superband Zucchero non solo l’ha presentata come una delle migliori band che si possano trovare in Europa, sottolineando per ogni componente la sua provenienza, ma ha lasciato campo libero ad una autentica jam session guidata da Brian Auger all’Hammond con co-protagonista Tonya Cannon alle voci a ripercorrere la tradizione delle grandi vocalist che da sempre accompagnano Zucchero dal vivo, a partire dalla immensa Lisa “Sister” Hunt.

Il Chapter Tree è stato dedicato ai brani “immancabili”, e quindi giù con il piede a tavoletta per Overdose (d’amore) Con le mani  e Solo una sana e consapevole libidine…..che hanno ulteriormente esaltato spettatori finalmente liberati dalla piofggia nel frattempo cessata. Come ha scritto il solitamente cattivissimo Monina de “Il Fatto Quotidiano” la musica di Zucchero arriva, arriva immediatamente, senza filtri, senza fatica e nella dimensione live si esalta, sembra scritta apposta per essere eseguita dal vivo.

La triade melodica imprescindibile è ormai assodata ed è stata aperta da Il volo e chiusa da Così celeste (entrambe tratte da Spirito DiVino) a racchiudere quel gioiello di nome e di fatto rappresentato da Diamante , il regalo assoluto uscito dalla penna di Francesco de Gregori.

Nuovo colpo di acceleratore per la altrettanto rodata e classica doppietta finale di ogni concerto, vale a dire Per colpa di chi e Diavolo in me  questa volta eseguite con ampia profusione di percussioni in salsa accentuatamente caraibica.

zucch10Il bis rigorosamente acustico ha visto Zucchero regalare all’Arena un’autentica chicca tirata fuori da uno dei primissimi album, Zucchero & The Randy Jackson Band, Un piccolo aiuto. Canzone di struggente dolcezza, che il Blues man ha dedicato a questi momenti difficili.

Alla fine il cappello posato sul microfono e la celebre frase di Marvin Gaye :”Ovunque poso il mio cappello, quiella è casa mia”.

E per queste undici serate, ma ormai già da quasi trent’anni, da quel concerto del 1989 del tour di Oro, Incenso e Birra con Ray Charles e Dee Dee Bridgewater a supportarlo (posso dire: io c’ero!), l’Arena è casa di questo contadino reggiano che ha votato la propria anima e la propria vita al blues, trasferendo nel proprio lavoro la serietà e la professionalità umile dei contadini ma anche lo smisurato amore per il proprio lavoro.

Da segnalare che a differenza di quanto preannunciato (scaletta ampiamente soggetta a modifiche nelle undici serate), rispetto alla prima serata sono stati variati solo due pezzi su 33. Staremo a vedere nel prosieguo. Alla fine un concerto sontuoso, quasi tre ore filate di musica, con uno Zucchero vocalmente in forma straordinaria assecondato da una band incredibile. Solo la pioggia ha provato a rovinare questa festa, fortunatamente senza riuscirci.

Articolo e foto di Nicola Lonardi

 

Setlist:

Chapter One
1. Partigiano reggiano / 2. 13 buone ragioni / 3. Ti voglio sposare / 4. Ci si arrende / 5. Ten More Days / 6. Hey Lord / 7. L'anno dell'amore / 8. Fatti di sogni / 9. La tortura della luna / 10. Love Again / 11. Terra incognita / 12. Voci

Chapter Two
13. È un peccato morir / 14. Vedo nero / 15. Baila (Sexy Thing) / 16. Un soffio caldo / 17. Il suono della domenica / 18. Indaco dagli occhi del cielo / 19. Chocabeck / 20. L'urlo / 21. Il mare impetuoso al tramonto salì sulla luna e dietro una tendina di stelle... / 22. Iruben Me / 23. Madre dolcissima / 24. Freedom Jazz Dance (Eddie Harris cover - band's jam session with Brian Auger solos)

Chapter Three
25. Overdose (d'amore) / 26. Con le mani / 27. Solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall'Azione Cattolica / 28. Il volo / 29. Diamante / 30. Così celeste / 31. Per colpa di chi / 32. Diavolo in me

Encore:
33. Un piccolo aiuto