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FRANCESCO GUCCINI – PALASPORT PADOVA 22.01.2010
Eh, andare a vedere il Maestrone di Pàvana (non Pavàna, come ha fatto osservare lui) è sempre un evento da vivere in famiglia e un salto indietro alle primissime musicassette ereditate dai cugini!
Famigliare è il concerto, i musicisti, le canzoni, il pubblico, l’atmosfera che si crea ogni volta!
La gente che lo segue è sempre una sorpresa per quantità ed entusiasmo.
Francesco da Padova, venuto a salutarci, alla fine della serata mi fa : “Càspita che bello!! Non pensavo che un vecchietto riuscisse a tirar su un simile casino”!
Infatti, per Guccini quest’anno battono BEN SETTANTA primavere!
Ma le canzoni, l’energia, la passione che infonde non hanno davvero età, e non è retorico dire che ciò che ha scritto ( e che, speriamo, scriverà ancora) rimarrà indelebile!
Il Guccio è sempre stato un cultore della parola e della varietà dei testi ,anche su temi sempre comuni .
In assoluto, il maggior cantore del “tempo” in tutte le sue forme.
Eccoci quindi comodamente seduti alla sinistra del palco, io Nicola e Roberta, genitori “irresponsabili” che “mooolto tranquillamente” hanno parcheggiato i figlioli dai nonni (Seee : crèdeghe!!Manca poco che me sorèla no la torna indrìo a torseli)!
Arrivo un po’ in ritardo dopo aver subìto una (a mio avviso scandalosa!) perquisa da parte della finanza all’ingresso del palazzetto!
Incredibile come, nel duemiladieci, il fatto di portare un orecchino e di esser vestito colorato possa ancora destar sospetti e insinuare dubbi di malvivenza nei confronti di questa c…o di giustizia!!
Annusato dal cane, preso, portato in uno sgabuzzino del palasport, chiuso a chiave e perquisito da capo a piedi, oltre che preso in giro con poco senso dell’ironia (n.b.: da sempre i “giustizieri in divisa” non sono molto dotati di senso dell’humour, da sempre dimostrano cervelli molto molto poco funzionanti!)
Ma via, non scrivo per parlare di questo! Il concerto inizia, il palazzetto è gremito di gente di tutte le età, di amici che non se ne perdono uno (Livio il mio collega e famiglia), e il Guccini è in forma!!
Sorseggia il primo di una lunga serie di bicchieri, saluta il pubblico che lo accoglie con un boato e inizia.
Pende di mira il Dittatore della Repubblica, ironizzando sulla sua aggressione, i politici locali (Brunetta e la sua candidatura a sindaco di Venezia : occhio all’acqua alta!) e il processo breve, in maniera molto divertita ma anche un po’ amara!
Bravo il Maestrone, bella anche la scelta del repertorio e le sue storie, ad intervallare un brano da un altro.
All’iniziale “Canzone per un’amica”, segue la vecchissima “ Il Tema” (“Canterò soltanto il tempo”).
“Noi non ci saremo” viene introdotta con un ricordo degli anni che furono, e un ringraziamento al Dylan di “Hard Rain’s gonna fall”.
Guccini è sempre stato un appassionato del cantautore americano.
Non lo ha mai tradotto, come invece ha fatto De Andrè in più di qualche occasione, ma ne è sempre stato ispirato.
La stessa “Farewell”, che arriverà a metà concerto, ha il ritornello di “Farewell Angelina” scritta da Dylan nei primi anni sessanta.
Stasera si respira la storia!
Passano davanti a noi ben quarant’anni di musica!
Nostalgica l’introduzione di “Canzone delle osterie di fuori porta”, nel ricordo di una Bologna (ma potrebbe anche essere una qualsiasi città) fatta di luoghi ormai scomparsi, “Vedi cara” è una gran bella canzone sull’amore finito, come pure “Canzone quasi d’amore”.
Il bell’arpeggio di “Flaco” Biondini introduce la bellissima “Incontro”, (“Cara amica, il tempo prende il tempo dà. Noi corriamo sempre in una direzione ma qual sia e che senso abbia chi lo sa”), “Ti ricordi quei giorni” è intensa e supportata anche musicalmente dai compagni di strada di una vita, oltre che, come sempre, da un gran bel testo.
Guccini polemizza, e giustamente, contro questi politici da due soldi, che cambiano i nomi delle vie, esaltano Craxi il latitante, e negano la storia partigiana.
“Su in collina” è una storia vera, fatta di persone morte per la propria terra e gente. Gran testo e gran bel sax.
La successiva “Il testamento del pagliaccio” è una satira contro i potenti dall’andatura circense.
Siamo a metà concerto e il Nostro scherza col pubblico, gigioneggia, improvvisa gags su “Vola colomba” , coinvolge e diverte, oltre che far decollare la serata.
Si susseguono la strepitosa “Don Chisciotte”, con Flaco a fare da Sancho Panza in un duetto appassionato, la vecchia “Eskimo”, “Cirano”…è bellissimo vedere come la gente di tutte le età conosca i brani!
Vecchi o nuovi che siano, il potere evocativo dei testi è davvero alto!
Come fai a non condividere le parole indignate e taglienti di “Cirano”, la poesia di “Il vecchio e il bambino”, l’aria triste ma furente di “Auschwitz”?!
Tutto è molto chiaro, cantato con passione immutata dopo quarant’anni di concerti, intervallato da siparietti simpatici con i componenti della band!
Già, la band ha un’età media di sessant’anni, o quasi (tranne il bassista Mingotti), eppure è l’esempio vivente di come si possa suonare sempre e a qualsiasi età.
Manuzzi riarrangia con l’armonica una scarna e dylaniana “Auschwitz”, impreziosisce “Farewell”, Mingotti jazza con colpi sincopati di basso la vecchissima “Il tema”, Marangolo aggiunge una spruzzata ragtime di sax a “Eskimo”, Flaco è una sicurezza dietro la sei-corde, Ellade Bandini trascina come un treno i compari con la ritmica potente e solida,Tempera tiene unito tutto da dietro le tastiere.
Dio è morto fa alzare in piedi tutti quanti , “La locomotiva” finale vede un unico, grande, memorabile coro multietà cantare da cima a fondo col pugno chiuso (sottoscritto compreso), senza perdere una strofa, recitata a memoria come l’avemaria!
L’immagine della locomotiva lanciata a bomba contro l’ingiustizia, in tempi come questi, potrebbe “far cadere le braccia”, come dice l’inventore del decreto lavaculoalpremier.
Al contrario, dopo trentacinque anni, riesce ancora a scaldare cuore, anima e idee degli oltre quattromila di venerdì.
Dopo due ore e mezza usciamo. Il Nostro, da artista serio qual è sempre stato, evita bis, ovazioni e rientri sul palco.
Avanti Francesco, a trainare forte da buon montanaro quel treno di idee sane e precise che professi da sempre!
Articolo di Andrea Pasqualini
Foto di Nicola Lonardi
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