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Cristiano De André, teatro romano di Verona, 12 sett 09 PDF Stampa E-mail
Mercoledì 20 Gennaio 2010 11:53

DE ANDRE’ CANTA DE ANDRE’ – VERONA TEATRO ROMANO – 12/09/2009

“Belìn…(tradotto alla pagina 777 dal genovese = …zzo), ma quanti siete ?”

cdaPer un artista trovarsi di fronte un teatro esaurito immagino sia un’emozione fortissima…ma se il teatro in questione è il Teatro Romano di Verona, immagino che l’emozione sia elevata alla ennesima potenza, visto il gioiello autentico di questo teatro situato in uno degli angoli più incantevoli della nostra città. Teatro per giunta esaurito!

Lo stupore di Cristiano De Andrè pertanto è apparso proprio autentico, dopo che il figlio dell’immenso Fabrizio aveva rotto il ghiaccio del suo concerto con “Megu Megùn” e “la splendida “’A cimma”.

Cristiano de Andrè, figlio della prima compagna del celebre cantautore genovese, dapprima ha cercato di affrancarsi dall’ombra di cotanto padre studiando e diplomandosi al Conservatorio (ed i risultati si vedono, visto che suona in modo efficace il violino, il pianoforte, la chitarra ed il bouzouki), per poi diventare a sua volta cantautore, con risultati di critica incoraggianti, ed infine farsi convincere da Fabrizio ad accompagnarlo nelle ultime due tournee .

cdaNell’anno del 10° anniversario della prematura morte del padre cantautore –poeta, Cristiano ha finalmente accettato di affrontare le canzoni del padre dedicando ad esse un intero tour, un tour che, ha spiegato, non vuole essere un omaggio al padre, bensì un “passaggio di testimone”. In fondo, in tanti sino ad ora hanno cantato suo padre, ed era finalmente ora, che lo facesse, non fosse altro per una questione cromosomica, il suo naturale erede, che solo ora ha confessato di essere uscito dal tunnel successivo alla scomparsa del padre, successivamente alla quale per anni non è riuscito fisicamente a cantare quelle gemme di rara bellezza che il padre gli ha lasciato in eredità.

Affiancato da una band coordinata da un nome notissimo quale Luciano Luisi, per oltre vent’anni tastierista al seguito di Zucchero, ed ora legato a Ligabue, band giovane nella quale su tutti spicca un eccellente Osvaldo di Dio alle chitarre, oltre a Davide De Vito alla batteria e Davide Pezzini al basso e contrabbasso, Cristiano ha quindi chiarito subito di non aver voluto scegliere le canzoni più famose del padre, ma solo quelle più vicine al suo percorso musicale ed alla sua sensibilità, chiarendo altresì, quasi ad immaginarsi le possibili critiche, che anche gli arrangiamenti e la veste nella quale tali canzoni sarebbero state proposte, erano ovviamente il frutto del proprio percorso artistico. Insomma, il concerto non sarebbe stato un tentativo di imitare il padre, ma la personalissima rielaborazione del figlio.

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Elemento di continuità con il padre è stata la regia dello spettacolo, affidata al fido Pepi Morgia, che per ani ha curato gli spettacoli di Fabrizio. Palco assolutamente scarno, solo gli strumenti, un modesto fondale che ricordava delle vele, lo sgabello al centro illuminato da un grande faro posto alle spalle, sicchè spesso l’immagine del cantante risultasse in controluce. Proprio come Fabrizio.

cdaSi diceva, il concerto è partito subito con il botto, nel senso che “Megu Megùn” e “’A Cimma” sono due capolavori, entrambi in dialetto genovese, quel dialetto genovese al quale è legato il capolavoro assoluto di De Andrè, l’album “Creuza de ma” scritto con Mauro Pagani.

“’A Cimma”, trasposizione in musica della ricetta di uno dei piatti tipici genovesi (guanciale di maiale ripieno di ogni ben di Dio) ivi compreso il rituale di una sorta di preghiera che le donne recitano per far sì che il piatto, particolarmente complessa, vada a buon fine (e in tu nome de Maria, tuti i diauli da sta pignata, andeene via) è il frutto dell’incontro di due geni nonché poeti, entrambi figli di quella città musicalmente miracolata che è Genova, quali Fabrizio de Andrè ed Ivano Fossati, nell’ultimo album e capolavoro che risponde al nome di “Anime salve”.

Questa canzone ha dato lo spunto a Cristiano di raccontare il primo aneddoto sul padre, sulla sua cocciutaggine che lo aveva portato a scegliere come buen ritiro nell’entroterra genovese, il paese di Savignone. Posto incantevole ma con un difetto: non vi crescevano i peperoni causa un’insufficiente insolazione. De Andrè intraprese una personalissima sfida: far crescere i peperoni a Savignone. Dopo due anni di insuccessi, l’improvvisa comparsa di un unico peperone fu un evento….fino a quando il peperone venne ritrovato mutilato da un morso. Dopo consulti con agronomi e botanici un giorno al padre venne la terribile intuizione: “Sarai mica stato tu?” chiese al piccolo Cristiano…..Racconto gustosissimo, che ha rivelato una somiglianza pazzesca tra l’intercalare del figlio e quello del padre, e che ha sciolto ancor di più il pubblico.

cdaIl concerto è proseguito con “Ho visto Nina volare” e con la sferzante “Don Raffaè”, grottesco ritratto di un paese dove l’etica e la morale sembrano sempre di più un’optional.

“Cose che dimentico” è la canzone la cui musica è stata composta da Cristiano De Andrè, che ha raccontato come avesse chiesto al padre di scrivere un testo. Ed il padre lo chiamò alle cinque del mattino dicendo di avere eseguito il compito. Canzone che rappresentò il trampolino di lancio presso la critica per il figlio, e che si ritrova nella versione inedita cantata a due voci con il padre nella tripla raccolta “in direzione ostinata e contraria”. Trattasi di un’altra emozionante canzone dedicata ad un amico poeta morto di AIDS, ed a quel girone di “invisibili ed intoccabili, per un capriccio del cielo” quali erano considerati i sieropositivi .

Emozioni che sono continuate con la meravigliosa “Se ti tagliassero a pezzetti” e con “Oceano”.

Anche questa canzone è stata introdotta da un siparietto delizioso. Trattasi infatti di canzone prodotta dall’incontro artistico tra Fabrizio De Andrè e Francesco de Gregori dal quale scaturì l’album “Volume VIII”. A quel tempo Cristiano, ragazzino impertinente undicenne, una volta che si ritrovò all’improvviso Francesco de Gregori ospite all’Agnata, la tenuta in Gallura dove Fabrizio de Andrè si era trasferito, iniziò a tempestarlo di domande sul senso della canzone “Alice” che tanto lo aveva impressionato….per chi solo ha presente Francesco dè Gregori, personaggio che riuscirebbe ad essere antipatico pure a sé stesso, è facile immaginare la reazione…..reazione che un giorno si materializzò in una sorpresa, “Oceano” appunto, una canzone che avrebbe dovuto fugare ogni dubbio al piccolo Cristiano, che l’ha eseguita così come quasi quarant’anni prima gli era stata suonata….

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Commovente ed intensa è stata l’esecuzione di “Verranno a chiederti del nostro amore”, una sorta di saluto finale di De Andrè dedicato alla prima compagna, madre di Cristiano.

A quel punto chi era in platea aveva già intuito quanto stava per accadere, essendosi materializzata la figura di Massimo Bubola. Il cantautore veronese, che per anni è stato uno dei più stretti collaboratori di De Andrè e coautore di diversi album, è stato chiamato sul palco da Cristiano per cantare insieme “Andrea”. Senza soluzione di continuità sono poi state eseguite “La cattiva strada” e “Un giudice”, graffiante ed anarchico ritratto di una delle figure più detestate da De Andrè, il quale credeva in una sua giustizia, al punto da rifiutarsi di denunciare i banditi che lo rapirono insieme a Dori Ghezzi. Inutile dire che ascoltando frasi come



“….la maldicenza insiste,
batte la lingua sul tamburo
fino a dire che un nano
è una carogna di sicuro
perché ha il cuore toppo,
troppo vicino al buco del culo”

cda  cda

 

Il pensiero di tanti è corso a…..beh, indovinate!!!!

Per l’esecuzione di “Creuza de ma” Pepi Morgia ha ricreato un’atmosfera di luci particolarissima, degna di un capolavoro assoluto qual è questa canzone.

Cui ha fatto seguito forse la canzone eseguita con l’arrangiamento più lontano dall’originale, una “Fiume Sand Creek” di gran ritmo, ma dove il ritmo non era più quello incalzante delle chitarre, bensì era una sorta di ballata guidata dalle tastiere. A mio modo di vedere l’esito è stato efficace, certo chiaramente diverso dall’originale, ma Cristiano aveva parlato chiaro fin dall’inizio ed è noto che la sua sensibilità è più rockettara…chissà cosa ne avrà pensato Bubola in terza fila…

Con “Smisurata preghiera”, altro estratto da “Anime salve” della premiatissima ditta De Andrè & Fossati il pensiero di tutti è ritornato ancora….al solito noto….d’altra parte quando si sente un testo del genere:



la maggioranza sta la maggioranza sta
recitando un rosario
di ambizioni meschine
di millenarie paure
di inesauribili astuzie
Coltivando tranquilla
l'orribile varietà
delle proprie superbie
a chi volete che si possa pensare????

cda  cda

Non potevano mancare la sempre emozionante “Amico fragile” e la struggente “Canzone di Marinella”, inframezzate da “Dietro la Porta”, canzone che Cristiano de Andrè portò ad un Festival di Sanremo.

Imbracciato poi il fido violino - che peccato non aver eseguito “Volta la carta” – Cristiano de Andrè ha infiammato il teatro con “Il Pescatore” in versione PFM e con “Zirichiltaggia”, frenetico country rock in dialetto sardo che racconta della lite tra due pastori.

Standing ovation finale ed ultima chicca acustica tratta ancora una volta dal repertorio personale: “Genova”, ennesima prova di un legame indissolubile con quella città che Fabrizio De Andrè mise spessissimo al centro, assoluta protagonista delle proprie canzoni, e di una genovesità (anzi, genoanità, visto il cuore rossoblù del padre) che rappresenta, insieme alle canzoni, l’eredità del grande poeta.

Cristiano De Andrè ha regalato un concerto bello, emozionante, intenso, ha rappresentato una piacevole sorpresa nel suo modo di proporsi al pubblico con simpatia, ma soprattutto talento, nel ricordo di un uomo che “non era né triste né allegro. Era un genio, e come tutti i geni era amaro”.



Foto e articolo di Nicola Lonardi

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Ultimo aggiornamento Venerdì 02 Aprile 2010 10:34
 
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